La polvere di Giusi

   Una con un cognome come il mio ("Polvere") che avrebbe potuto fare nella sua vita? La giornalista? Attenzione: diventerò la nuova Monica Bellucci!

 



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lunedì, 07 aprile 2008
 

Son tornata



Son tornata, son tornata.
Dai canguri me n'ero andata.
Me so persa er Marione
Che s'è dato alla macchia come un coglione.
postato da giusinpolvere | 14:56 | commenti
allucinazioni


sabato, 24 giugno 2006
 

Io ho un cervo per la spesa

Che belli i negozi per bambine, che belli i cuoricini, i diarini, i blocknotesini, gli anellini, le cianfrusagline, i portachiavini, i calzettini, i fermaglini, le tazzine, i bicchierini, le collanine, le pennine e tant’altro.

Tre giorni fa mi trovavo in uno di questi negozi, con un caldo che mi strizzava l’ugola manco fosse un capezzolo. Ero lì alla ricerca di una cazzatina rosa per una bambina. Girandomi di qua e voltandomi di là, da lontano vidi un colore stonato in mezzo a tutto quel rosa “femmina adolescente”: era un marrone legno puro con forma acuminata e stava lì, in piedi, poggiato su uno scaffale di ferro, color verde militare. Facendomi spazio tra pizzi e merletti, tra bamboline in raso e vaschettine portagioie, mi ritrovai di fronte a un mostro con le corna che mi guardava gongolante e mi diceva “Portami via, portami via, portami via!”. Lo guardai sconvolta e impressionata e gli chiesi, attenta a non farmi notare: “E che me ne faccio di uno come te?”. “Mi usi!” mi rispose pronto. Usarlo dove e come? Iniziai a riflettere. Come usare un coso del genere? E, soprattutto, dove metterlo? Nella borsa no di certo. Già immaginavo l’imbarazzo nel vedere la mia borsa rovesciarsi a terra, per chissà quale sfiga quotidiana, di fronte a qualcuno. In bella vista su qualche mobiletto nemmeno; che mi avrebbero detto gli amici? E che figura avrei fatto io?

Poi però, come mio solito, mi feci cogliere da pietà. Non potevo lasciarlo lì, in mezzo a tutto quel rosa schifoso e bambolesco: qualcuno lo avrebbe ammazzato, di certo, facendone l’uso sbagliato. Me lo portai a casa, lo ficcai dentro il block notes della spesa e da allora lo uso così, per scrivere le liste da supermercato. Posso dire di essere l’unica ad avere un cervo per la spesa.


 
postato da giusinpolvere | 11:41 | commenti (16)
pazzie


venerdì, 23 giugno 2006
 

Sotto i limoni



Vorrei baciarti sotto un albero di limoni,
per fare l’amore dentro il sapore degli agrumi
e sprofondare nei sapori della terra
insieme a te.
Voglio innaffiarti d’amore,
tra le sfumature del giallo
e voglio stare lì,
sotto le tue mani amare,
a godermi il nostro cielo.
E poi vorrei tu mi dicessi
che sono Amore
nell’amore pallido
di un limone spremuto
sotto la mia lingua
che chiama e ti chiama.
Voglio baciarti così,
tra l’amaro e il dolce,
nell’inarcarsi di assenze e presenze.
Voglio farmi prendere così,
tra i semi del mio orgoglio.

dal mio sito [gli altri non sanno]
postato da giusinpolvere | 09:12 | commenti (5)
lemiepoesie


giovedì, 22 giugno 2006
 

Bernarda morì aspettando il pisello di Nunzio

Era piena estate e il caldo abbrustoliva anche le strade, come se fossero bisteccone sulle brace. La signorina Bernarda, donna del signor Mistero, guardava il fumo che saliva dall’asfalto e sognava l’amante Nunzio che glielo dava ogni secondo lunedì del mese.

Un giorno, in un momento insolito di intelligenza, la signorina, scostando la sua tendina a fiori rosa e gialli, Bernarda si chiese “Ma gli altri giorni il mio Nunzio a chi lo dà??”. Al solo pensiero che quel bel membro fosse di tutte le fece drizzare i bei capelli biondo latte sulla testa, dandole l’aspetto da leonessa spelacchiata. Il panico la colse. L’ansia le morse il cuore. L’inconscio le fece stringere le gambe per il terrore che la sua patonza accogliesse il membro di tutte facendo di essa  una Bernarda qualsiasi.

Così, un giorno, sotto la calura dell’estate, Bernarda, rasa e arsa di gelosia, incominciò a seguirlo con i tacchi a spillo per le stradine del paesetto. Nunzio si intrufolò dentro un vicolino ed entrò in un portone d’ottone dove –si diceva- vivesse suor Tobìa, un trans-gender di buon affare, politicamente corretto. Bernarda rimase fuori da quel portone, con la calura che faceva fumare le strade, i tacchi a spillo piantati per strada e la paura di scoprire una strana verità. Sperava in un’attesa breve, direttamente proporzionale alle concessioni del membro di Nunzio che, con lei, si esaurivano in meno di mezz’ora. La mezzora trascorse velocemente e arrivò prima l’ora e poi due e poi tre e poi quattro. Il trucco di Bernarda incominciò a sciogliersi e i tacchi ad amalgamarsi con l’asfalto fino a toccare le caviglie ma lei non ci faceva caso; il suo unico pensiero era per il coso di Nunzio che trottava in chissà quali viuzze. Alla sesta ora Bernarda era un tutt’uno con la pece dell’asfalto diventata una vorace sabbia mobile che se l’inghiottì come lei s’inghiottiva il membro di Nunzio. Nessuno seppe mai che fine avesse fatto Bernarda e Nunzio si trovò un’altra Bernarda da secondo lunedì del mese.

Morale: mai chiedersi che fa un uccello fuori dalle proprie mura.

Morale 2: meglio sostituire un Totti oggi che tornare a casa domani.

postato da giusinpolvere | 09:39 | commenti (8)
favoline


martedì, 20 giugno 2006
 

Ce l'ho stonata

Mi sono tutta sbruciacchiata la schiena a perder tempo prendendo il sole. M'ero anche fatta la fotina della schiena arrossata ma l'invio di mms mi sta tradendo definitivamente. Mi stanno tradendo tutti, anche il mio mignolo retroastratto: io me la godo e me la canto. In compenso non me la suono: ce l'ho profondamente stonata.

postato da giusinpolvere | 19:38 | commenti (14)


venerdì, 12 maggio 2006
 

Ecco qua

Son tornata: mi ero persa su per il pertugio di San Gegio
che m'aveva rapita per far uno sfregio
al mio ego.

postato da giusinpolvere | 14:35 | commenti (10)
allucinazioni


martedì, 25 aprile 2006
 

Chi la fa l'aspetti, lallalarallala

Amo bruciare i ciuffi della gente. E’ più forte di me. Bramo  vederli in fiamme; per fortuna o purtroppo non sempre ci riesco, non sempre la fiammata va a buon fine.
Qualcuno si chiederà come io possa fare tutto questo.
 
Due giorni fa squillò il mio cellulare: era Giamp, un mio amico di lontana data, che mi diceva: “Ehi, sono dalle tue parti. Ce lo beviamo un caffè?” Certo. In attesa del suo arrivo preparai il tavolino con biscottini, tazzine e un accendino tarato a fiamma ossidrica. Sapendo che lui ama fumarsi una sigaretta dopo il caffè, qualche migliore occasione per bruciargli il ciuffo con una bella fiammata d’accendino?
E così fu. Lui si sedette sulla poltrona, gustò il mio buon caffè e, dopo un paio di chiacchiere inutili, prese il pacchetto di sigarette dalla tasca della camicia. Fu in quel preciso momento che mi mossi con furbizia, porgendogli il mio accendino con fare gentile. Lo afferrò e, mentre io lo guardavo patologicamente gasata, vidi partire la fiammata in direzione delle sopracciglia. Mi pervase, improvviso, un suo urletto con un odore stupendo di pelo di pollo abbrustolito.
“Oh mio Dio, scuuuusaaaaaa!” recitai trattenendo a stento una bella risata malata [eh sì, sono malata!]
“Nulla nulla” mi rispose Giamp strofinandosi il ciuffettino di sopracciglio andato in polvere.
Ben presto mi accorsi, però, che la vita ti fa quello che tu fai agli altri e infatti…

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Ero sul mio bel divano, un po’ imbambolata da uno strano mal di testa, a guardare la tivvù. Probabilmente mi addormentai. Improvvisamente fui svegliata da una risatina astrusa, lievemente ocheggiante. Sbarrai gli occhi, senza capire subito dove mi trovassi. Poi mi resi conto di trovarmi di fronte a una scena televisiva da sballo: Francesco Arca, il gnoccoletto tronista, stava facendo una dichiarazione d’amore alla sua bella Jennifer Rodriguez. Mi misi all’attenti, estasiata e schifata assieme, tra rincoglionimento assonnato e lucidità affranta.
Guardai la scena, rendendomi conto, che l’amore sta a quei due come il muschio bianco sta a un peto o a un rutto e ne ebbi prova quando il bel gnoccone di carne, finita la dichiarazione, puntò il suo sguardo magnetico [per i cessi] verso la telecamera e disse: “Mamma io ti amo!”. Ebbi uno scombussolamento interiore assai pericoloso, mi appollaiai su me stessa, impaurita e impressionata e il colpo finale fu quando la mamma del bel Francesco, bella quanto a una zucchina truccata a melanzana, gli rispose con un “Ti amo anch’io”.
Il complesso di Edipo incominciò a farmi le boccacce e io, in preda a una crisi semi isterica, decisi di accendermi una sigaretta. Ne presi una, allungai la manina sul mio bell’accendino, dimenticandomi della tara a fiamma ossidrica e accesi…

Per poco non diventai la fotocopia di Collina
co' gli occhi sbarrati e il cuore di brina.
Brutta stronza ben ti sta,
ora i nodi al pettine te li metti là.

Morale: chi la fa l’aspetti anche da sé stesso.
postato da giusinpolvere | 11:05 | commenti (12)
proverbi


mercoledì, 22 marzo 2006
 

Bianchino mi fece strusciar, di striscio, le strisce

 

Dentro di me c’è un diavoletto di nome Bianchino che mi fa fare cose inaudite. Ogni tanto sbuca fuori e hopppp! Mi frega.
 Uscivo dal supermercato Billa. Sentii il “clock” della porta a vetro che si chiudeva e, probabilmente, quel rumore acuto, rinvigorì il Bianchino che, destato e ringalluzzito, incominciò a darmi colpi di solletico all’occipite.
Iniziai a sentire le bollicine al naso. Lo starnuto fu ovvio. Quando riaprii gli occhi, dopo il colpo di naso, mi accorsi che a due metri da me avevano appena colorato di bianco le strisce pedonali e quel bianco così sgargiante m’accecò iride e pupilla in un “batter d’occhio”. Fui fortunata: mi aggrappai tenacemente [ e dire che la tenacia mi evita come una lebbrosa] alla giacca di un bel signorotto col culo a poppa e il mento a prua. Dopo 7 minuti e 11 secondi di barcollamento plurimo, la vista mi ritornò ma, con essa, anche Bianchino, bello tosto e incazzato come un animale tenuto, per troppo tempo, in gabbia.
“Vendeeeeeeettaaaaa” mi ululava seduto a cavalcioni sul mio povero e illibato timpano.
“Vendeeeeeeettaaaaa!” mi sghignazzava, certo della sua vittoria, tirandomi, a gran forza, un pezzo di colon discendente.
Ero, senza tanti giri di parole, in preda a dolori atroci e a ronzii voraci. M’accovacciai a terra, a quattro zampe, farfugliando cose strane e, con la coda dell’occhio bieco, mi accorsi che un signore mi guardava spaventato.
“Vaffanculo, stronzo!” gli urlai con fare cagnesco, colorando i miei mugugni con un “Grrrrrr, baubaurgggg” e con qualche particolare colatura di bava giallognola, stile muco bronchiale da asfissia.  Il signore scomparve e io ringraziai gli dei, uno ad uno, leccando le scarpe di un orsetto giostra che si trova all’uscita del supermercato.
Poi, oramai preda e predatrice di me stessa, adocchiai finalmente le strisce pedonali, colpevoli di tutto quello che mi stava capitando.
Il balzo fu famelico: zompai su quelle strisce bianchissime scartando, come un Nedved femmina, tutti i paletti plastificati rossi, alla faccia dell’incredulità della gente.
Mentre mi strusciavo come una puzzola sulle fasce bianche,insozzandole di me e di Bianchino, arrivò un poliziotto che mi intimò “Eih tu, fermati!! Ma sei matta???”
A quel punto detti di matto: la divisa del tipo mi fece piombare nella follia più pura. Lo assalii con il mio canino migliore e gli feci, a piena schiena, un bel tatuaggio a sangue, sotto le sue urla bestiali che ricamarono una eco su tutto il cielo sovrastante.
 
Morale: non stuzzicar cagna che si struscia, di striscio, sulle strisce.
 
 
postato da giusinpolvere | 09:31 | commenti (9)
allucinazioni


lunedì, 20 marzo 2006
 

Immedesimarsi

A volte si vuole talmente bene a un amico da credere di riuscire ad immedesimarsi in lui profondamente. A volte, come è capitato a me, basta sdraiarsi piano piano accanto a lui, sentire il suo respiro nel tuo e decidere di scrivere per lui una lettera a Dio, se Dio c'è.

Lettera presa dal mio sito di poesie (con html grezzissimo causa totale incapacità)

Caro Dio,
qui nessuno mi chiede come sto, perché qui stanno tutti male e chi sta male sta male e basta. Non si chiede come stai a chi sta male. Non si chiede come stai  a chi si sa già come sta. Eppure, io che sono semplice di desideri, sogno che qualcuno me lo chieda. MI girano e mi rigirano per darmi dignità ma nessuno si rende conto di quanto, in realtá, me la stiano togliendo con i loro gesti meccanici e ripetitivi, come se fossi un pupazzo nelle loro mani. Parlano mentre mi puliscono distrattamente ma con attenzione professionale ed è quell’attenzione professionale che uccide anche l’ultimo granello di polvere del mio amor proprio. Vorrei piangere con le lacrime per far vedere loro che piango, che mi fanno male, che mi strappano, atto dopo atto, l’unica cosa che mi è rimasta sana e forte: la pudicizia. Non ho più nulla di me, solo quella e a quella sono attaccato con le unghie e con i denti, ma loro me la maltrattano tra risate e macchinismi quotidiani.
Non si chiedono nulla. Loro credono io già non ci sia più, privo di sentimenti, di movimenti, di paure, di udito, di parola. Se solo sapessero che i miei pensieri e le mie emozioni sono ancora tutte qui, vive, mille volte più vive delle loro, perché quando un corpo è immobile e apparentemente morto, il cervello lavora il triplo e la tua vita si consuma tra le pareti della testa… Se solo sapessero quanto male faccia essere morto senza esserlo davvero: è come essere seppelliti vivi, forse ancora peggio, perché non mi posso ribellare con urla e calci. Se solo capissero che il mio cervello corre ancora, piange ancora, trema ancora, si umilia ancora, vuole vivere ancora. Questa è la mia disperazione e la mia solitudine, quella vera, quella definitiva, quella dalla quale non si torna più indietro.
E allora prendimi, Dio, liberami da questo strazio senza dignità: toglimi anche l’ultimo contatto con la vita, spezzami definitivamente il cervello se vuoi che io rimanga ancora qua, in questo mondo, in questo spazio, in questa stanza, tra queste persone, sotto queste cannule che mi violentano ogni giorno e ogni notte. Prendimi.
Ti chiedono di vivere, ti chiedono di guarire, ti supplicano di tornare. Io voglio semplicemente andare via. Offrimi la fine, perché io non sopporto un giorno di più così.
Non sopporto più i rumori inesistenti di questa stanza. Ultimamente, poi, nemmeno l’uccellino che cinguettava poco lontano di qui (unico mio legame col mondo fuori di qui) sento più. Sembrava venisse qui per cantarmi la serenata della vita e io, pazzo di soffocamento e senza apparente vita, mi sentivo meno solo. Quando spegnevano le luci della stanza io, nella mia disperazione di morto in vita, iniziavo ad attendere il giorno dopo per riascoltare quell’uccellino. Quell’attesa, Dio, mi faceva sentire vivo. Ho smesso di attendere dopo giorni e giorni di attesa. Ora che devo attendere?Ho bisogno di morire, comprendi Dio? E non m’importa se dopo, non esisterà una seconda vita, non importa se posso vivere solo questa, così, in questo stato di schiavo inascoltato. Non m’importa finire per sempre il mio ultimo alito di vita. Io voglio andare via di qua e se il prezzo da pagare è non esistere più, io sono pronto a non esistere più, almeno non avrò più nulla per cui piangere senza avere la capacitá di versare una piccola e inutile lacrima. Voglio liberarmi da queste mani che decidono per me, voglio scappare dai dottori che parlano di me come se fossi una cosa tra le cose, come se io e il letto fossimo un unico oggetto da spolverare.
Portami via, Dio. Non ti chiedo di portarmi con te, mi basta che tu spenga finalmente la luce del mio cervello, prima che il terrore e il dolore la spengano per te. Voglio morire adesso, con questo moto di rabbia e di ribellione che ancora riesco a provare. Voglio morire vivo.
postato da giusinpolvere | 17:40 | commenti (6)
seriamente
 

Prisco

Son tornata.

Ero da mio zio Prisco che ama fare l’odalisco.

postato da giusinpolvere | 12:11 | commenti (6)
pazzie